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Laura Pariani
Scrittrice
R. E’ un tema su cui ho riflettuto spesso senza arrivare ad una risposta. Penso di aver dovuto affrontare molte più difficoltà di quelle che incontra un uomo per fare l’artista. Io volevo frequentare l’Accademia di Brera perché mi interessava molto la pittura ma mia madre mi ostacolava ritenendo che la vita di artista non si addicesse ad una donna. Per una decina d’anni comunque ho dipinto. Per quanto riguarda la scrittura lo stile dipende dagli individui e non dai sessi, ma essendo lo scrivere un atto molto intimo, richiedendo un’adesione profonda, uno scavare in sé stessi per mettersi a nudo, penso che anche gli uomini attingano alla loro parte femminile. D. Tra la vocazione artistica e la raggiunta autonomia c’è stato un divario? Ha fruito del sostegno della famiglia? R. La mia è stata una scelta professionale che ho fatto dopo essere uscita di casa, alla fine degli anni ’60, ero minorenne ma molto cocciuta. Studiavo filosofia all’Università, avevo la passione per il disegno, il fumetto e la pittura, ma tutto questo è stato parallelo ad un altro lavoro; ho insegnato per 15 anni in un istituto superiore, mi sono licenziata solo nel ’98 perché ad un certo punto si deve decidere cosa fare da grandi, mio figlio nel frattempo aveva raggiunto l’autonomia e così ho rinunciato ad un percorso sicuro per fare quello che mi piaceva davvero, anche se molto più instabile. D. Racconti, se si è verificato, un episodio determinante per la sua scelta professionale.
D. Relazioni sociali e canali di finanziamento pubblico: sono importanti, sa come accedervi? R. Le relazioni sono importanti ma dopo tanti anni di rapporti con gli editori, che sono contatti esasperanti e brutali perché si basano sui soldi, ora mi sento molto più tranquilla: ho affidato tutte le beghe ad un agente. D. L’essere donna è stato un vantaggio, un ostacolo o un aspetto ininfluente? R. Il mio mondo è ancora molto maschile e competitivo, ci sono stati periodi in cui ne ho sofferto molto, ora vedo le cose con più distacco e non accetto questo gioco umiliante, non fa parte del mio stile, anche se riconosco che forse la dote migliore di uno scrittore è la testardaggine. Ho 56 anni e sono nonna, invecchiare ha almeno questo piccolo vantaggio, ti guardi intorno con più serenità, sapendo che nessuno si entusiasma per l’arte e la bellezza, ma tu sai di essere marginale e non ne patisci.
R. I miei argomenti dipendono da tanti fattori anche inspiegabili, perché è come negli innamoramenti. Scrivere per me è davvero una passione, il tema ti possiede e non puoi farne a meno, non riesco a concepirmi senza qualcosa da scrivere. Mi interessano molto certe figure perdenti, mi sembra inutile occuparmi di persone che abbiano avuto tutto dalla vita. Lavoro sempre su più fronti, ho quasi terminato un racconto sul ’68 che uscirà per l’editore Neri Pozza in un’antologia di autori italiani e sto preparando anche qualcosa che non so ancora se sarà letteratura o teatro, uno è sul leggere e la protagonista è la madre di Che Guevara, l’altro è sullo scrivere femminile, comunemente bollato come futilità. D. Ha qualche consiglio da dare ad artiste emergenti? R. Siate testarde!
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